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9.3.13

ACCADE A VILLA ADA in ROMA

DELITTO A VILLA ADA
di GIORGIO MANACORDA
Ed. Voland

LIBRO:

A Villa Ada viene ritrovato il cadavere di un famoso poeta che viveva nel parco romano come un barbone. Conduce le indagini un commissario giovane e colto, poeta egli stesso, che non riesce però a venire a capo dell’ingarbugliata faccenda e rinuncia all’incarico consegnando la pratica nelle mani del Questore di Roma. Fra i tanti misteri che affiorano dagli interrogatori dei personaggi che frequentano la villa, uno campeggia insoluto e decisivo: la macchina da scrivere d’oro appartenuta al poeta ucciso. Un oggetto magico che, come la lampada di Aladino, farebbe scrivere a chi la usa grandi poesie. Si tratta di un movente plausibile? Forse, ma che fine ha fatto?... Una fiaba noir sulla poesia, sui poeti, sui tormenti della creatività, sulle invidie che possono portare a gesti estremi anche esseri tra i più distanti dalla realtà, i più astratti e sognanti, persi dietro i propri desideri di gloria. 






RECENSIONE:
In un passaggio dai versi alla narrativa, Giorgio Manacorda mantiene la poesia fermamente protagonista del romanzo. Un noir, che pertanto non può essere commentato fino in fondo, per non rovinare la sorpresa ad altri lettori. Un giallo ambientato tra chi fa jogging nel parco di villa Ada; giallo con movente poetico, dove la vittima è un famoso poeta che vive da clochard nel parco, esprimendo pienamente la propria vocazione artistica lontano dalle convenzioni sociali. Il cadavere viene trovato da un altro poeta, Manacorda stesso, scrittore vero, di quelli che pubblicano libri e “in odore di Nobel”. Anche i vari sospettati si dilettano a scrivere poesie o qualcosa di simile, confermando che la poesia tutti la scrivono e nessuno la legge. E allora perchè uccidere un poeta? Questo gesto viene definito eclatante ed inutile dal primo poliziotto che si cimenta nell’indagine, anch’egli poeta dopo il lavoro per farsi perdonare dai genitori sessantottini la scelta professionale poco consona ai loro sogni rivoluzionari. Dopo i primi interrogatori delle persone che corrono nel parco di prima mattina, in cui tutti si presentano in un modo corale che ricorda Il mio nome è rosso di O. Pamuk, il commissario abbandona l’indagine. Toccherà al Questore di Roma raccapezzarsi nell’intricata vicenda, dove tutti saranno sospettati, autore e forze dell’ordine compresi. Sarà il Questore ad addentrarsi nel mondo dei poeti, animali in via di estinzione come gli scoiattoli di Villa Ada, soppiantati da quelli americani. Nel corso dell’indagine scoprirà che il mondo dei poeti è un mondo rovesciato, alla Chagall, così come è rovesciato il finale, niente affatto scontato. Tutto ruota attorno alla ricerca di una fantomatica macchina da scrivere d’oro, con poteri taumaturgici, che consente al suo possessore di guarire dalla sterilità artistica. Per ottenere questa "lampada di Aladino" delle lettere, un poeta potrebbe uccidere perché <i poeti sono tutti potenzialmente dei criminali e più sono intelligenti più sono pericolosi>.
Un’opera autoironica e non celebrativa, a tratti surreale, con riferimenti culturali importanti, che va letta fino alle ultime pagine per svelare tutti i suoi enigmi
Gioia M.

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