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9.12.13

Il male - recensione di Paola C.


IL MALE
di Massimiliano Santarossa
Hacca edizioni - novembre 2013

LIBRO
Il male racconta il delirio, le ossessioni, le perversioni, le distorsioni della nostra società postmoderna, attraverso una potente metafora narrativa, tra immaginario e reale.
In un viaggio nelle viscere delle nostre città, Lucifero il principe delle tenebre, il figlio di luce nera, descrive la moltitudine di periferie abbandonate, gli innumerevoli luoghi di perdizione, le profonde paure dei dannati in vita, e tutto questo attraverso gli occhi e la pelle di dieci anime fragili, sconfitte, crollate. Il principe di luce nera, senza mai intervenire o apparire, vivrà e subirà il male in terra compiendo un vero viaggio ad infera, alla scoperta di cosa l’uomo moderno è in grado di fare. Al termine rimarrà la visione di un inferno terrestre ben più atroce, violento e osceno degli inferi stessi, e il peso insopportabile di una profezia svelata.
Dalle pagine del romanzo escono come un fiume in piena le voci, i volti, le situazioni che dipingono il ritratto sconvolgente di una società in frantumi, tutto con uno stile narrativo incredibilmente visionario e allo stesso tempo realista.
Il male, un romanzo che capovolge le nostre sicurezze, che rimette in discussione i luoghi del bene e del peccato, l’inferno e il paradiso, il reale e l’irreale.

RECENSIONE
Se è vero che ci interessa prima di tutto l'atmosfera di un libro, lo stile della scrittura, il ritmo, la musicalità delle parole, allora Santarossa ha fatto centro, anche con questo romanzo visionario e ardito. Lucifero, il protagonista, entra ed esce dalle vittime del male, come un'entità trasparente che porta con sé le domande che chiunque si fa, sulle ragioni della sofferenza umana e persino animale.
Si ha l'impressione che Santarossa voglia fare un balzo in avanti nel suo percorso di scrittore, raccontando una meta-realtà con un meta-linguaggio iperrealista. Un passo ulteriore rispetto alle ambientazioni dei romanzi precedenti, che erano molto più radicati nella realtà delle nostre periferie urbane ed antropologiche.
Quando Santarossa avrà decantato questa nebulosa, potrà regalarci quella felice sintesi tra materia e spirito che sembra essere la cifra innovativa più coinvolgente della sua scrittura.
Paola C.

6.11.13

STONER... NON IL PILOTA!

STONER
di John E. Williams
Fazi editore


Traduzione di Stefano Tummolini
Postfazione all’edizione italiana di Peter Cameron

Pubblicato per la prima volta nel 1965, poi quasi dimenticato, Stoner di John E. Williams è stato ripubblicato nel 2006 dalla New York Review Books, suscitando un rinnovato interesse da parte della critica e dei lettori.
 
•LA STORIA:

Stoner è il racconto della vita di un uomo tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta del Novecento: William Stoner, figlio di contadini, che si affranca quasi suo malgrado dal destino di massacrante lavoro nei campi che lo attende, coltiva la passione per gli studi letterari e diventa docente universitario. Si sposa, ha una figlia, affronta varie vicissitudini professionali e sentimentali, si ammala, muore. E’ un eroe della normalità che negli ingranaggi di una vita minima riesce ad attingere il senso del lavoro, dell’amore, della passione che dà forma a un’esistenza.
 
•L'AUTORE:

John Edward Williams (1922-1994), nato in Texas da una famiglia di contadini, partecipò alla seconda guerra mondiale in India e Birmania. Al suo rientro si trasferì a Denver, in Colorado, dove rimase tutta la vita insegnando all’Università. Oltre a Stoner è autore di tre romanzi: Nothing but the night(1948), Butcher’s Crossing (1960, di prossima pubblicazione da Fazi Editore) e Augustus (Castelvecchi, 2010), vincitore del National Book Award.
 
•RECENSIONE:
Fin dalle prime pagine si prospetta la storia di una vita piatta, triste e priva di qualsiasi avvenimento significativo. In effetti è proprio così che appare la vita di William Stoner, nato da agricoltori in un paesino degli Stati Uniti, benchè la narrazione inizi con una grande speranza di sdoganare il proprio destino grazie al salto di livello sociale che riesce a fare, diventando professore. Ma gli anni passano all'insegna di una condizione di fondo che non cambia, nemmeno quando, dopo anni di infelicità matrimoniale, arriva un amore grande che lo travolge. Ma il peso di una “normalità”di provincia tarpa le ali anche a questa possibilità.
Allora ci si chiede (e bene lo fa Peter Cameron nella postfazione), cosa c'è in questo romanzo che ci tiene legati alla lettura?
La commozione, quel sentimento che ci fa sperare con lui e per lui, che ci fa sentire così tanto lui.
“La vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria.” (P.Cameron, pag.327).
Questa commozione è il miracolo della scrittura di questo John Williams, nato in Texas nel 1922, morto nel 1994, professore universitario, schivo e incline a stare dietro le quinte, un personaggio che oggi sarebbe l'esatto contrario di quelli che strombazzano quotidianamente le loro opere sui media.
Paola C.

 
«Stoner è una storia perfettamente costruita, di un gelido matrimonio e di un disperato amore universitario; si è così vicini all’infelicità del protagonista che si ha paura di respirare»
Nick Hornby

«Questo è semplicemente un romanzo che parla di un ragazzo che va all’università e diventa un professore. Eppure è una delle cose più affascinanti che potrete leggere».
Tom Hanks

«Stoner è uno dei grandi classici della letteratura americana del XX secolo. Dimenticarlo sarebbe imperdonabile. Consentirgli una nuova vita e continuare a leggerlo significa consentire a noi stessi la capacità di comprendere insieme passato e presente. Stoner è un’aria del nostro tempo».
Colum McCann

«Il ritratto magistrale di un uomo autenticamente virtuoso».
The New Yorker

«Questa è grande arte».
Le Figaro
 
«Stoner è qualcosa di più raro di un grande romanzo – questo è un romanzo perfetto, così ben narrato, con una lingua superba e così profondamente toccante da levare il fiato».
Morris Dickstein, The New York Times  

24.8.13

OMAR DI MONOPOLI • SANGUE PUGLIESE

Resistere.
Resistere alla disperazione, alle percosse dell'anima.
Resistere ai soprusi, alla violenza, alla solitudine, ad una realtà che non è in grado di dare felicità. 
Resistere ad uno Stato che spesso dimentica i suoi cittadini nelle terre del Sud... 

Sono romanzi potenti quelli di Omar Di Monopoli. Entrano nella carne come una pistola che finisce il suo caricatore. Proiettili che si insinuano nel cervello, che fanno sanguinare la coscienza. Non si rimane indifferenti dalle parole dello scrittore pugliese. I pensieri non si fermano dopo la lettura dei suoi romanzi. I pensieri corrono incontro alla follia, alla desolazione di Torre Languorina, alle lotte di un custode di un parco naturale, alle efferate azioni di Pellicano, un boss mafioso e senza scrupoli. Con uno sguardo profondo su un'Italia che spesso l'opinione pubblica dimentica, Di Monopoli coglie le piaghe oscure dell'animo umano. I suoi libri si caratterizzano per le trame dei vari personaggi che si intrecciano magistralmente in un connubio di mistero, suspence ed azione. Ogni descrizione è come un intaglio fatto ad arte sulla pietra, è come la riproduzione fedele dello stato d'animo dei personaggi, come se la vita giocasse a dadi col Destino facendo credere ai personaggi che le loro  scelte siano in grado di cambiare il corso degli eventi. Nelle opere sembra che ci sia l'ombra incombente del Fato che muove i fili invisibili dell'esistenza. 
Questi tragici eroi  non riescono a trovare pace. Cercano qualcosa... Un'utopia, un sogno che assume i contorni di gigantesche illusioni. Sono spietati, poveri, ignoranti, disgraziati che non riescono a trovare la strada giusta verso la Luce. L'oscurità li avvolge lasciandoli in preda ai loro tormenti, alle loro paure. Camminano nel buio correndo disperati verso il miraggio di una pace interiore. Valgono solo le leggi della strada. Il sangue scorre a fiumi. Pistole e fucili sostituiscono le parole. Spari e cadaveri, sangue sparso sui selciati dimenticati da tutti.

In Uomini e cani il potere fa ciò che vuole. I soldi comandano e i politici invece di protestare scodinzolano annusando nell'aria l'odore del successo, del potere, della gloria. Don Titta, un boss mafioso, non conosce la legge dello Stato. L'unica legge che conosce è quella della strada. I patti, l'onore devono essere rispettati. Non importa che cosa sia la Giustizia. Don Titta conosce le sue pecorelle. Ordina di uccidere, costruisce palazzi in barba alle leggi, al rispetto ambientale, alle norme di sicurezza.

In Ferro e Fuoco il Pellicano non si preoccupa dei suoi schiavi. Li considera alla stregua di animali da soma. Rumeni, nigeriani fa lo stesso. Loro sono venuti in Italia per lavorare. Se poi si spaccano la schiena tutto il giorno per raccogliere pomodori non sono problemi che lo riguardano.

Nelle opere appena citate sono le facce oscure del Potere che prendono vita. Vivono in una terra dove la dignità umana, la libertà, il rispetto della legge sono ideali che non servono per fare soldi. Conta prevaricare, conta la lotta, conta l'onore. Non importa se le guerre tra mafiosi lasciano morti sulla strada. Non importa se degli immigrati lavorano con uno stipendio misero. Non importa. Ciò che conta è rispettare il potente. Non mettere i bastoni fra le ruote al Capo. Non fiatare, non urlare, non reagire.  Appena la sommossa esplode arrivano le minacce, i soprusi e ancora la violenza.
Esiste però in questo mondo di crudeli assassini la compassione. Sono difficili da comprendere le atrocità commesse da Pietro Lu Sorgi, un povero anziano che in “Uomini e cani” difende a tutti i costi la sua casa perché non vuole lasciare  che la sua terra diventi una riserva naturale. Commette atrocità, omicidi, si nasconde nel buio di una tana per non farsi prendere dalla polizia. Ma i suoi atti crudeli fanno capire al lettore che dietro ad ogni violenza esiste un disperato bisogno d'Amore, di conforto, di appoggio. Dietro alla violenza ci sono emozioni taciute, muri mai abbattuti, problemi irrisolti. Dietro alla violenza è necessario uno sforzo compassionevole che l'essere umano non è ancora stato capace di raggiungere perché , in fin dei conti, siamo animali che si ammazzano ...Per che cosa poi? Per il Potere? Per il Denaro? No... ci ammazziamo solo per un pugno di mosche. L'unica cosa importante è la compassione  perché anche i cani hanno bisogno di carezze, di affetto e anche un po' d'Amore.
Jader Girardello 

2.7.13

GOSPODINOV: IL BULGARO CHE SORPRENDE


Classe '68 GEORGI GOSPODINOV nasce a Jambol (Bulgaria).
È poeta e prosatore innovativo e raffinato, uno dei più noti e promettenti autori bulgari che, grazie all'editore Voland, possiamo conoscere e leggere qui in Italia.

Di suo è stato pubblicato:

•Romanzo naturale
•Fisica della malinconia
•... e altre storie
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... e altre storie
G. Gospodinov
Voland | pagg. 110 | € 12,00

Letto e commentato per noi da Paola C.

Ci fa immergere nel mondo balcanico, nelle storie fantastiche e allo stesso tempo realistiche, quelle parabole che provocano smarrimento e ci costringono a riflettere. Racconti brevi e intensi. La voce di un maiale mentre viene sgozzato potrebbe essere il manifesto degli  animalisti. Storie di treni e stazioni, con personaggi simbolo del percorso accidentato della vita. La mosca dei pisciatoi tedeschi, perfetta funzione pratica. L'embrione umano che e' come  un occhio che spia.  Una bella rivelazione, questo scrittore bulgaro raffinato e innovativo!

"Solo le mosse inutili risultano vincenti."











6.5.13

UN GRANDE CLASSICO DA CONSIGLIARE

LA PORTA
di Magda Szabò
Einaudi



LIBRO

È un rapporto molto conflittuale, fatto di continue rotture e difficili riconciliazioni, a legare la narratrice a Emerenc Szeredás, la donna che la aiuta nelle faccende domestiche.
La padrona di casa, una scrittrice inadatta ad affrontare i problemi della vita quotidiana, fatica a capire il rigido moralismo di Emerenc, ne subisce le spesso indecifrabili decisioni, non sa cosa pensare dell'alone di mistero che ne circonda l'esistenza e soprattutto la casa, con quella porta che nessuno può varcare. In un crescendo di rivelazioni scopre che le scelte spesso bizzarre e crudeli, ma sempre assolutamente coerenti dell'anziana donna, affondano in un destino segnato dagli avvenimenti piú drammatici del Novecento.
Pubblicato in Ungheria nel 1987, ma in qualche modo disperso negli anni della transizione politica, La porta è il romanzo che ha rivelato la piú grande scrittrice ungherese contemporanea.


RECENSIONE

Ungheria, approssimativamente metà degli anni sessanta.
L'esistenza agiata e apparentemente lineare di una scrittrice di successo viene stravolta allorché nella sua vita entra, prepotentemente, Enmerenc, un'anziana donna che presta servizio come governante "tuttofare".
Visto dagli occhi della scrittrice, ci viene raccontato, attraverso episodi di vita quotidiana, e reminiscenze della vecchia governante circa il suo passato, che si svela a poco a poco non senza mantenere un alone di mistero, il rapporto tra queste due donne per un periodo di circa vent'anni. Fino alla tragica conclusione.
Ciò che sin da subito si percepisce è che rispetto ai canoni sociali precostituiti le posizioni sono completamente stravolte, chi comanda il gioco, sia sul piano dei sentimenti che della realtà pratica, è la vecchia donna, figura enigmatica e con un alone di mitologia.
La scrittrice perde via via le sue più salde certezze, tutto le viene messo in discussione, dalle convinzioni religiose al valore superiore della sua professione, alla sua stessa capacità di provare sentimenti positivi, al dubbio di non essere comunque mai in grado di operare delle scelte che la portino oltre l'ostacolo del proprio egoismo e della propria meschinità.
E alla fine persino il lettore proverà compassione e rispetto per Emerenc, coinvolto nella sua visione pura del mondo, condannando metaforicamente la protagonista narrante alle sue tristezze e alla sua solitudine.
E' un libro in cui l'autrice sembra volersi infliggere l'estrema punizione per la propria inettitudine, cercando probabilmente l'estrema consolazione della catarsi.
Confessando la propria debolezza, l'incapacità di andare oltre a manifestazioni dei propri sentimenti formali ed artefatte, l'intima convinzione di sapere quale sia la cosa giusta da fare senza riuscire mai a metterla in pratica, l'autrice trova finalmente consolazione, ben conscia che le apparentemente solide e motivate giustificazioni ai suoi comportamenti, che il resto del mondo sembra accettare e anzi ha contribuito ad erigere, da sole non sarebbero bastate a darle finalmente pace.
Simone Dato


ATTI MANCATI • M. Marchesini

ATTI MANCATI
di MATTEO MARCHESINI
Voland edizioni



LIBRO

Nel cuore di Bologna, Marco, trentenne diviso tra le incombenze giornalistiche e il tentativo di finire un romanzo, vive in una solitudine cocciuta e il più possibile asettica, fino a quando ricompare Lucia, la ragazza che lo ha lasciato qualche anno prima. Ora Lucia cerca Marco, lo assedia e lo porta in giro per paesi e campagne, a visitare i loro luoghi di un tempo, a ritrovare gli amici vivi e gli amici morti. Tra Bassa e Appennini, tra cliniche e osterie, Lucia – come una fragile ma tenace erinni – costringe Marco a rianalizzare le zone più oscure del loro passato.
Atti mancati è una storia d’amore e di suspense. È una parabola sul tempo trascorso ostinatamente a occhi chiusi e su quello vissuto a occhi spalancati. È il referto di una malattia, steso con furore analitico e insieme con uno stile semplice, da presa diretta.


RECENSIONE
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Atti mancati è un libro che fa riflettere. È una storia che scivola via come una goccia che si posa su un vetro e che cade a terra nel silenzio del mondo. “Atti mancati” vive di pause, di respiri appena accennati, di immagini sfuocate. È un ritratto sbiadito di un uomo che fatica a vivere, che si rifugia nel mondo della scrittura soccombendo alla realtà che lo circonda. Marco, il protagonista,  coltiva un amore che a stento fatica a far crescere. Si ritrova solo davanti a pagine bianche che tenta di riempire con il suo talento. Ma il vuoto permane senza che la parola scritta lo soddisfi pienamente. Lucia, la sua ragazza, vuole un uomo sicuro, pronto a prendersi le sue responsabilità ritrovando nella vita di coppia pace e felicità. Marco non sceglie il grande passo. Si rintana nelle sue riflessioni complicate sulla letteratura, sulla poesia, sul ruolo degli intellettuali nella frenetica società odierna. Preferisce appartarsi nel suo guscio senza uscire allo scoperto. Non vuole ferirsi. Poi la doccia fredda. Lucia lo lascia. Marco si ritrova allora ad affrontare il peso della solitudine. Una solitudine che lo lascia in un'apatia costante privandolo di slancio, di forza vitale. Il destino però bussa alla sua porta. Lucia entra di nuovo nella sua vita. Rompe il suo guscio fatto di abitudini noiose e stancanti. Lucia lo riporta alla vita. Lucia lo costringe a ricordare, a fare i conti con il suo passato, ad immergersi negli eventi di amicizie che si sono perse nel corso del tempo.
Lucia lo provoca, lo scuote perché vuole rivivere attimi di una memoria ormai sbiadita e dimenticata. Per lei il tempo diventa prezioso perché l'attesa è il veleno del presente, il male che la divora, la rinuncia alla vita. Lucia vuole assaporare la nostalgia. Vuole indagare e chiarire il passato per non avere più dubbi ne incertezze, per non avere conti lasciati in sospeso, per essere di nuovo felice nel suo presente anche se segnato da un'ombra che avanza minacciosa. Marco vive l'angoscia di doversi riguardare allo specchio. È costretto a fare dei bilanci della sua vita anche se si è cristallizzato nella sua bolla di pensieri.
Atti mancati procede a rilento. Vuole entrare nei meandri della memoria per ripercorrere, passo dopo passo, ogni scena determinante della vita dei protagonisti. Nel romanzo manca  dinamismo. Le riflessioni e le conversazioni con l'intellettuale Pagi, amico di Marco, bloccano il flusso narrativo impedendo al lettore di immergersi completamente nella storia. È un romanzo troppo cerebrale. Anche se ben scritto e con una prosa di notevole pregio artistico, Atti mancati risente di un intellettualismo letterario che nuoce alla storia privandola di emozione, di empatia e di slancio. Marco sembra non decollare mai. Sembra cadere nel vuoto. Sembra perdersi senza mai ritrovare una strada che lo riconduca ad una serenità certa, definitiva. Forse l'autore, Matteo Marchesini, vuole lasciare tutto in sospeso come una goccia che, cadendo dalle nuvole, non sa dove posarsi... . Una goccia che si abbandona alla sorte, che scorre senza fare il minimo rumore.
Jader Girardello 

26.4.13

ANATOMIA DI UNA FAMIGLIA

ANATOMIA DELLA RAGAZZA ZOO
di Tenera Valse
Il Saggiatore editore

LIBRO

Da una provincia del Sud che esala orrore fino a una Roma fantasmagorica, tra gli anni settanta e ottanta si consuma il dramma di una disintegrazione familiare. Ci sono due sorelle quasi gemelle e un fratello. C’è la madre. C’è il padre. Ci sono le bombe degli anni di piombo, preti e vicine pettegole sullo sfondo. Dietro una facciata di inappuntabile rispettabilità, come un Crono borghese il padre soffoca e tenta di divorare i tre figli con le sue ossessioni, li opprime, ne cerca l’annullamento. Alla crudeltà paterna si ribella la primogenita Alea, l’unica in grado di sfidarlo, somministrando il veleno che scioglierà il mistero all’origine di tanta violenza. Perché alla base di questo romanzo di formazione che si trasmuta in romanzo di deformazione c’è un trauma indicibile; ma cosa ci potrà mai essere di così orrifico nella crescita di una bambina normale in una famiglia normale da farla diventare ragazza zoo? Chi è la ragazza zoo? Alea ha venticinque anni quando scompare una vigilia natalizia: abbandona la famiglia e rinuncia ai crismi della vita borghese. Nessuno la cerca, nessuno denuncia la sua scomparsa: né i genitori, né il fratello che vive a New York, neppure la sorella Càmila, l’unica con la quale mantiene rapporti segreti. Alea si rifugia in un ambiente sotterraneo e cunicolare, il suo atelier, la cava dove realizza opere bizzarre e performance, impiegando in ogni modo il proprio corpo: come una messa in scena dei suoi ricordi d’infanzia, il sadomaso diventa esperienza della relazione amoreodio che ogni individuo instaura con il potere fin dalla nascita. Anonima a chiunque, vaga per la capitale libera da ogni costrizione, intrigata dalla bellezza dei monumenti e dagli uomini. Nessuno la turba come il padre e l’odio che cova contro di lui. Mentre le quinte del proscenio italiano iniziano a creparsi, tutto sembra dare ragione ad Alea, che ha disconosciuto la famiglia. È a questo punto che storia pubblica e privata si toccano, e tra padre e figlia si azionano meccanismi crudeli e si scoprono segreti inconfessabili. Scavando nelle ferite di una generazione con l’acume di una vitalità disperata, Tenera Valse intreccia racconto nero, pseudobiografia e percorso iniziatico, invitando il lettore a proiettare unosguardo impietoso sui fondamenti di un’intera società pronta al collasso. Con la storia di Alea, protagonista memorabile di questa prova narrativa travolgente, Anatomia della ragazza zoo racconta lo scontro di paradigmi storici, di generazioni e di universi culturali e psicologici, opponendo Materno a Paterno, Terra a Cielo, Desiderio a Piacere. Si aggirano qui gli spettri di Pasolini e Burroughs, si danno visioni alla Céline e giri di frase alla DeLillo: attingendo al canone novecentesco, Tenera Valse allestisce magistralmente un affresco storico e, nello stesso tempo, un noir dell’anima. Dove realtà e visione si fondono, lasciando erompere una tensione erotica sempre intensa, che oscilla tra estasi e disperazione, con ritmo stile e strutture che da sempre la grande narrazione pretende.
Tenera Valse ha pubblicato nel 2011 Portami tante rose (Cooper), libro manifesto sulla condizione della cultura e della donna in Italia, in cui narra la trasformazione di un’insegnante in prostituta. Caso mediatico piuttosto clamoroso, è un’artista colta, scandalosa, intervistata dalle più grandi testate italiane e straniere.


RECENSIONE
 
Quando un libro penetra nella carne e nelle ossa, nella mente e nel cuore, me ne accorgo perchè lo porto sempre con me, anche se non avrò tempo per leggere; me lo porto dietro come un talismano che aiuta ad affrontare la giornata.
Questo libro è così: potente, raffinato, di grande spessore culturale e perciò ricco di verità su cui riflettere. Una penetrante disamina dell'anatomia di una ragazza che cresce osservando le dinamiche della famiglia come un'entomologa.
Senza pudore alcuno, ma anzi, con tutta la feroce franchezza di una figlia ribelle all'inferno della sua casa, alla violenza del padre, la protagonista fugge da quel mondo apparentemente perbene e ripercorre le tappe della sua presa di coscienza delle dinamiche terribili che fondano i rapporti di forza all'interno del nucleo. Come lei fa il fratello, e per delle buonissime ragioni, come si scoprirà. Soltanto la sorella sceglie di costruirsi una vita “normale” e fare da sponda ai due genitori rimasti soli. La madre è l'anello debole più evidente, poiché ha cancellato se stessa all'ombra del “Dott. Prof. Preside” che ha sposato.
Pagine indimenticabili ci raccontano le strategie di questi figli, descrivono i genitori con una ricchezza di dettagli maniacale e una ricerca di neologismi e  che sbalordisce:
“un ergastolo illuminato dalla morte”, così definisce la vita della madre, che per questo si ammalerà. Su tutto campeggia il del padre padrone, figura che torna ossessivamente, come in una spirale che rivelerà risvolti sempre più inquietanti.
La famiglia che produce una ragazza zoo è “una pantomima, di cinque persone che si distruggono a vicenda con l'unico obiettivo di stare al mondo”. Il suo grido è quello del “maiale che piange prima di essere scannato” (v. anche il racconto di Vitaliano Trevisan, Testa di madre su cuscino). La vittima è sempre la donna perché “nei secoli la donna ha messo un filtro alla sua aggressività fino a camuffare il suo odio in compassione” (pp.338). Famiglia ammaestratrice di cagnolini di società.
Questo grido di dolore così colto e profondo, così ben scritto, si fa distinguere come uno dei libri migliori del panorama italiano di questi ultimi anni.
Paola C. 

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